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La Sicilia – Viaggio nell’intimità di Modigliani nei suoi ultimi giorni – Intervista a Francesco A. Russo

2 Agosto 2026 - Articoli di S.M. Fazio, Interviste
La Sicilia – Viaggio nell’intimità di Modigliani nei suoi ultimi giorni – Intervista a Francesco A. Russo

Da La Sicilia del 2 Agosto 2026

Viaggio nell’intimità di Modigliani nei suoi ultimi giorni

L’ultima fatica di Francesco Russo, già noto per i notevoli successi quali la traduzione in lingua siciliana de “Il Piccolo Principe” e “Il vestito cucito addosso”

Da diversi anni non lo si sentiva, e il perché è giunto in libreria il 9 Luglio. Francesco Russo, già noto per i notevoli successi quali la traduzione in lingua siciliana de “Il Piccolo Principe”, e Il vestito cucito addosso”, arrivato alla sesta ristampa, torna con quello che potremmo definire il suo lavoro di ricerca storica più vivido.Io, amico di Modigliani, è uscito il 9 Luglio per i tipi di BookaBook, e il raffinato autore catanese dedica il suo nuovo romanzo agli ultimi giorni di Amedeo Modigliani, raccontati attraverso lo sguardo dell’amico più intimo.

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Incontrarlo nella sua Parigi non poteva indurci a chiedergli subito dell’ouverture del romanzo: perché inizia narrando gli ultimi giorni di vita di Modigliani? «Perché la verità di un uomo emerge ai margini della sua esistenza. Nel 1920 Modigliani era oltre la salute, la povertà e ogni certezza, ma continuava a creare con una forza quasi febbrile. Mi affascinava raccontare questa contraddizione: il corpo che si spegne e l’arte che raggiunge il suo apice. È uno degli enigmi più affascinanti della storia dell’arte.»Perché affidare la storia alla voce del suo amico più intimo? «L’amicizia è il punto di osservazione più sincero. Un amico può riconoscere il genio senza nascondere le fragilità, raccontando insieme grandezza e debolezze. Volevo mostrare un Modigliani straordinario ma profondamente umano, lontano dalla retorica del mito e più vicino alla complessità di un uomo.» Parigi è quasi un personaggio del libro. Cosa rappresenta per lei? «Parigi insegna a non avere fretta della bellezza. È una città dove il passato continua a respirare e dove si può ancora immaginare Modigliani passeggiare per Montparnasse, con il cappello calato sugli occhi. Per uno scrittore è un luogo che rende vicini i fantasmi della storia e trasforma la memoria in presenza.» Modigliani è spesso raccontato come il classico genio maledetto. Come ha evitato questo cliché? «Studiando le fonti. Dalle lettere e dalle testimonianze emerge un uomo colto, raffinato, capace di parlare più lingue, con una solida formazione culturale e una rigorosa disciplina nel lavoro. Gli eccessi erano anche il tentativo di convivere con la malattia, non soltanto un tratto romantico.» Lei ha tradotto Il Piccolo Principe. Esiste un filo che unisce quell’esperienza a questo romanzo? «Sì. Saint-Exupéry e Modigliani condividono uno sguardo rivolto all’essenziale e una profonda solitudine. Tradurre Il Piccolo Principe mi ha insegnato l’ascolto delle parole e il rispetto per ogni sfumatura: una disciplina che mi ha accompagnato anche nella scrittura di questo libro.» Un altro suo successo, Il vestito cucito addosso, ha influenzato il suo modo di scrivere? «Mi ha dato libertà. Ho capito che i lettori riconoscono l’autenticità e non cercano necessariamente storie facili. Così ho scritto il romanzo che sentivo necessario, senza inseguire formule già collaudate e accettando il rischio di ogni nuovo libro.» Modigliani morì senza conoscere il successo. Che rapporto c’è tra arte e tempo? «È uno dei temi che più mi hanno accompagnato. Continuò a dipingere pur senza riconoscimenti, sostenuto solo dalla certezza del proprio lavoro. Oggi siamo abituati al consenso immediato; Modigliani ci ricorda che il valore di un’opera spesso emerge molto più tardi e che il tempo resta il critico più autorevole.» Cosa vorrebbe lasciare al lettore? «Una maggiore tolleranza verso l’imperfezione. Modigliani ci insegna che la bellezza autentica nasce dalle crepe, non dalla perfezione. Mi piacerebbe anche che, chiuso il libro, il lettore tornasse a guardare i suoi quadri con occhi diversi: non come immagini celebri, ma come confessioni di un uomo prima ancora che di un artista.»

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