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La Sicilia – «Vorrei lasciare la fiducia non la fretta di risolvere» – Intervista a Riccardo Mondo

27 Settembre 2026 - Articoli di S.M. Fazio, Interviste
La Sicilia – «Vorrei lasciare la fiducia non la fretta di risolvere» – Intervista a Riccardo Mondo

Da La Sicilia del 25 Settembre 2026

«Vorrei lasciare la fiducia non la fretta di risolvere»

Si presenta a Catania il 3 ottobre “L’archetipo e l’onda” il libro dell’analista Riccardo Mondo

Esce per Moretti&Vitali il nuovo libro dell’analista catanese Riccardo Mondo, “L’archetipo e l’onda. Il potere delle immagini nel processo di cura“ (pp. 132, € 13), sull’attualità della psicologia archetipica di Jung e Hillman, frutto di trent’anni di ricerca e pratica clinica. Abbiamo incontrato l’autore che il 3 Ottobre a Catania terrà la première nazionale. Lei è tra i principali eredi della psicologia archetipica di Hillman, che ha conosciuto da vicino. Cosa aggiunge questo libro al suo percorso?

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«Di Hillman non ho raccolto un lascito da custodire, ma un modo di stare davanti all’anima: e un modo di stare si pratica, non si conserva. Nei libri precedenti avevo cercato l’immagine, il sogno, la ferita del curante, qui li tengo insieme nell’onda: forza che sale dal profondo verso la sofferenza che chiama e ciò che era muto trova forma». Perché l’onda? «Perché tiene insieme il fondo e la riva. L’archetipo è il mare, la forza antica che precede ogni storia personale; l’onda è ciò che di quel mare arriva fino a noi: un sogno, un sintomo, un’emozione». Riconoscere dietro una storia personale qualcosa di più antico non rischia di allontanarsi dal dolore concreto? «Il rischio esiste. Se un paziente racconta di essere stato tradito da un amico e il terapeuta si lancia subito verso Giuda, Bruto e Cesare, la stanza si fa fredda. Il paziente resta solo nella sua storia, mentre il terapeuta si arrampica su un balcone di simboli. Il richiamo antico vale quando affiora come un’eco di ciò che il paziente porta. Allora non schiaccia la vicenda individuale: la amplia». Come una parola riesce a curare? «Una parola viva ha un peso, una temperatura, un corpo. La parola che cura va cercata, attesa, a volte taciuta a lungo. Gli antichi raccontavano che Eros aveva nella faretra una freccia chiamata Dischiuditi: non feriva, sfiorava soltanto e al suo tocco ciò che era serrato si apriva. Si cerca così la sola parola giusta, quella che nessun’altra può sostituire». Lei mette in guardia dal rischio che chi cura diventi un tecnico che applica procedure. Cosa si perde? «Si perde l’essenziale. È l’esito di uno scientismo che pretende di misurare l’anima come un organo e davanti alla sofferenza chiede protocolli, punteggi, esiti verificabili. Ma il dolore non si lascia standardizzare: costringe a sostare e interrogarsi. Chi si adegua alla logica dell’efficienza può essere impeccabile e insieme assente. Alla psicologia chiediamo di tornare al suo cuore, all’anima che il suo stesso nome indica. Non contro la scienza, ma contro la pretesa che ciò che non si misura non esista». La ferita di chi cura può essere una qualità? «Nessuna conoscenza protegge dal dolore della vita. Il primo guaritore ferito è Prometeo, il semidio incatenato con il fegato divorato ogni giorno da capo. Jung lo disse: “solo il medico ferito guarisce”. Il paziente non ha bisogno di un eroe impeccabile: gli serve qualcuno che conosce dall’interno la caduta e la fatica del rialzarsi». Nel libro poeti e pittori pesano quanto gli psicologi. Perché la cura ha bisogno degli artisti? «Perché il dolore, quando è estremo, diventa muto, e sono gli artisti ad averlo attraversato con più onestà. Anche il gesto terapeutico nasce lì: restare accanto a chi teme di non poter più essere accolto». Che cosa vorrebbe che il lettore portasse con sé? «Curare non significa chiudere una ferita e archiviarla: significa restare accanto a ciò che ancora deve venire. Ognuno porta dentro qualcosa che preme per emergere, un dolore, un ricordo, un desiderio. Arriva quando è pronto, come un’onda che tocca la riva a suo tempo. Vorrei lasciare la fiducia, non la fretta di risolvere: la certezza che qualcosa prima o poi arriva».

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