
Da La Sicilia del 10 Settembre 2026
Tutto “il futuro della specie” in un giallo sui nostri tempi
«Una storia di incendi, di curling, di glicini e di tante altre cose per raccontare il tempo in cui viviamo, con dolcezza e umanità»
Dopo il precedente “Di sangue e di ferro”, in tour anche in Sicilia nel 2020, ecco il nuovo, “Il futuro della specie” (Miraggi, pp. 208, € 21), del friulano Luca Quarin, che sorprende con un protagonista che ha il suo stesso nome. Quarin così esordisce per La Sicilia: «Il romanzo racconta un’inchiesta balorda sulla scomparsa di un informatico, Fulvio Mancini, sparito a Trieste nel 2019 assieme a moglie e figlio, che un giovane giornalista friulano, Luca Quarin, porta avanti in mezzo a mille difficoltà personali e professionali. Dico balorda perché il protagonista non vuole fare davvero il giornalista ma non lo ha ancora capito.
Lo scoprirà percorrendo la strada sbagliata, come capita spesso di fare, e ritrovandosi dentro qualcosa di più grande e più complicato di lui. Una storia di incendi, di curling, di glicini e di tante altre cose, per raccontare il tempo in cui viviamo, con dolcezza e umanità.» Un giallo quindi? «In verità la scomparsa dell’informatico è il motore narrativo della storia ma non rappresenta il cuore del romanzo. Il meccanismo dell’inchiesta è lo strumento che ho scelto per mettere in movimento una riflessione sul rapporto tra individuo e società, tra sapere scientifico e responsabilità etica, tra presente e futuro. La domanda “che cosa è accaduto a Mancini?” si trasforma progressivamente nella domanda “che cosa sta accadendo alla nostra civiltà?”, “che cos’è l’Antropocene”?» Ha una risposta? «No, visto che come tutti faccio parte della domanda. Ho l’impressione però che la crisi dell’Antropocene metta in discussione una convinzione molto radicata nella modernità occidentale, ossia che l’uomo sia al centro del mondo: ma il pianeta in modo chiaro, com’anche il riscaldamento globale, dicono che non lo è. “Il futuro della specie” può essere letto come una riflessione sul decentramento dell’umano, sulla necessità di riconoscere i nostri limiti e di ripensare il rapporto che abbiamo con il luogo che ci ospita e con le altre forme di vita che lo condividono, o vorrebbero condividerlo, con noi.» Il protagonista, Luca Quarin, che ruolo ha in tutto questo? «Ha una funzione simbolica importante. Le sue difficoltà familiari, le sue incertezze professionali e il suo bisogno di riconoscimento, riflettono una condizione esistenziale più generale. La sua ricerca di Mancini corrisponde alla ricerca di sé stesso ma anche alla ricerca di una risposta agli interrogativi di cui abbiamo appena parlato. La crisi individuale diventa il riflesso della crisi di una società che fatica a comprendere quale direzione prendere di fronte al vicolo cieco del presente.» Il suo romanzo indaga anche i legami tra vita animale e vegetale… «Uno degli aspetti che ho trovato particolarmente interessante indagare, scrivendolo, è il confronto tra vita vegetale e vita animale. Tra mobilità e immobilità. Tra velocità e lentezza. La lentezza con cui si sono accumulati i combustibili fossili, ad esempio, e la velocità con cui si utilizzano. Decine di milioni di anni contro decine di anni. Poi anche l’idea della rete. Da un lato le reti ecologiche, dall’altro le tecnologiche. L’analogia tra strumenti che mettono connessione, che consentono lo scambio di informazioni, che aiutano l’adattamento e la cooperazione, ma che seguono direzioni diverse. L’integrazione, le reti naturali, la disintegrazione, quelle digitali. Alla fine il romanzo suggerisce l’idea che la sopravvivenza non sia garantita dalla competizione o dal dominio, bensì dalla comprensione delle interdipendenze che regolano la natura. In questo senso, “Il futuro della specie” coincide con la capacità di imparare a pensarsi non come centro della realtà, ma come parte di una rete più ampia, dinamica e condivisa.»

