
Da La Sicilia del 13 Ottobre 2026
Tra Lutring e Vallanzasca verso il vuoto e l’illusione
Con “Solo una birra prima di andare a dormire” torna sugli scaffali delle librerie italiane Massimo Anania
Lorenzo ha 17 anni, ha lasciato la scuola e, dopo una birra al bar, si ritrova nudo e legato in una cantina, con una pistola puntata alla testa. Per salvarsi, ripercorre il proprio passato e il mito dei “ladri gentiluomini” che vorrebbe emulare. “Solo una birra prima di andare a dormire” (Morellini Editore, pp. 200, € 18,00), segna il ritorno di negli scaffali delle librerie italiane di Massimo Anania dove racconta il vuoto, le illusioni e le derive di una giovinezza senza punti di riferimento. Lorenzo guarda a figure come Lutring e Vallanzasca, li osserva e approfondisce come fossero degli eroi. Accolto il nostro invito a farci una chiacchierata chiediamo all’autore piemontese: perché il crimine continua ad avere un fascino così forte sui ragazzi?
«Il crimine infrange tabù e regole e può dare una sensazione di liberazione. La complessità dei criminali e l’imprevedibilità del male incuriosiscono. Lorenzo, però, vede soltanto il lato romantico di figure come Lutring e Vallanzasca, ignorandone completamente la parte oscura. È proprio questo contrasto che mi interessava raccontare.» Lorenzo è il ritratto di una generazione smarrita? «In parte sì. La cronaca ci racconta episodi sempre più frequenti di violenza con protagonisti giovanissimi. Ma non credo sia corretto cercare il problema soltanto nelle periferie o nelle famiglie disagiate: spesso sono coinvolti ragazzi di famiglie benestanti. Allo stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che moltissimi giovani fanno cose straordinarie nello sport, nel volontariato e nello studio. Non tutti sono Lorenzo.» Nel romanzo emerge anche una certa assenza degli adulti. Quanto pesa la mancanza di punti di riferimento nelle scelte dei ragazzi? «La difficoltà di comunicazione tra genitori e figli è sempre esistita, ma oggi spesso tendiamo a proteggere troppo i ragazzi. Se un figlio prende un brutto voto, per esempio, prima di accusare l’insegnante dovremmo chiederci se magari non abbia semplicemente sbagliato. Credo sia importante tornare a responsabilizzare i giovani, senza smettere di ascoltarli.» La periferia torinese è un elemento ricorrente nei suoi romanzi. Che cosa rappresenta per lei? «È il luogo in cui sono cresciuto e che mi ha formato. Mi piace raccontarlo perché lo conosco e perché rappresenta quella parte della società che spesso preferiamo non guardare: la violenza, la fame, il disagio. È una realtà scomoda, ma proprio per questo credo valga la pena raccontarla.» La cantina in cui Lorenzo è prigioniero sembra diventare anche una metafora della sua paura: ne conviene? «Sì. La cantina rappresenta il buio che ognuno di noi ha dentro e, soprattutto, la paura. Uscirne costa fatica e non sempre riusciamo a fuggire dalle gabbie che la società ci costruisce attorno fin da bambini. Anche per questo la prigionia fisica di Lorenzo diventa una prigionia interiore.» Il titolo, “Solo una birra prima di andare a dormire”, sembra quasi innocuo rispetto a una storia così violenta. Perché lo ha scelto? «Per sottolineare la casualità della vita. Facciamo gesti quotidiani, come andare al bar a bere una birra, e non sappiamo mai se quell’azione apparentemente insignificante ci porterà a incontrare qualcuno o vivere qualcosa capace di cambiare tutto. La vita può stravolgersi in un attimo.» Il romanzo sembra adottare un realismo crudo e coerente: oltre i nomi dei due famosi criminali, ha attinto a fatti di cronaca reali o si è affidato interamente all’immaginazione per descrivere questa deriva? «Cerco di tenermi informato su quello che succede, soprattutto tra i giovani. Ho inventato la storia e i personaggi per intero, però molti fatti di cronaca mi hanno aiutato nella descrizione degli eventi e dei meccanismi mentali dei personaggi.»

