
Da La Sicilia del 7 gennaio 2026
L’addio al maestro Giuseppe Cifalà e quella Sicilia che vivrà sempre in lui
La scomparsa del pittore nei giorni in cui a Roma viene celebrato con una collettiva
Mentre a Roma presso i locali del Carpegna Palace, è in atto una mostra collettiva con inserite sue opere che ritraggono la Sicilia e che segue una sua personale, conclusasi da poco, lo scorso 13 dicembre, si è spento a 83 anni, il maestro Giuseppe “Pippo” Cifalà che lascia un’eredità pittorica e poetica immensa, ma anche una eredità filiale, data la presenza delle figliole nel panorama internazionale della moda (la maggiore, Valeria, è la stilista del brand CVC; Elisabetta ardita sperimentatrice in teatro e in ordine di nascita, Esmeralda che ci ha rilasciato tutto l’affetto possibile in una sintesi eccellente cui si uniscono le due succitate sorelle: «Siamo state fortunate ad avere un papà come lui: un uomo buono, gentile e d’altri tempi! Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo sa che era una persona piena di vita, divertente e saggia… Un po’ tutti sono stati vittime dei suoi brindisi iconici… Innamorato di mia mamma, di un amore puro e raro, amante del Rock’n Roll e artista a 360°: attore, pittore e poeta! Mancherà tantissimo il suo umorismo nonostante la malattia, un esempio di vita per tutti».
La carriera di Cifalà decollò da giovanissimo con le nature morte, dipinte a olio su tela con maestria assoluta. Tra le prime opere spicca una reinterpretazione della Canestra di frutta di Caravaggio (1597-1600 ca., Pinacoteca Ambrosiana di Milano), omaggio devoto a un gigante al quale si sentiva legato visceralmente. Le sue tele variavano enormemente: da giganti 2×3 metri, capaci di immergere lo spettatore in mondi vasti, a formati intimi 35×50 cm, perfetti per dettagli preziosi. Non si limitava alle tele: dipingeva su oggetti insoliti come canali e anfore, portando l’arte nella quotidianità. Presto passò ai paesaggi, frutto di immaginazione fervida o en plein air, dipinti dal vero in loco o rielaborati in studio. Quei fondali siciliani e non solo catturavano luci, ombre e textures con precisione verista, preparando il terreno per la sua evoluzione. I ritratti segnarono una fase cruciale: volti di attori, attrici e figure del mondo dello spettacolo e della cultura prendevano vita con intensità psicologica. Emblematico il ritratto di Zeudi Araya, capolavoro di empatia e tecnica, che unisce realismo anatomico a un’aura romantica. Qui Cifalà affinò il suo approccio, cercando un marchio distintivo. Fu allora che nacque il “Verismo Compositivo”, coniato dal professor Brancato, illustre pittore e docente dell’Accademia di Belle Arti di Catania. Questo stile fonde la precisione documentaria del Verismo – architetture storiche rese con fedeltà maniacale: facciate, loggiati, scalinate, ogni decorazione al millimetro – a composizioni romantiche popolate da personaggi ottocenteschi. Dame in abiti sfarzosi, cavalieri che corteggiano con rose e doni inattesi, musicisti di strada, carrozze in corsa: scene galanti che animano scenari autentici. Non nostalgia sterile, ma testimonianza viva. Il Verismo (verità della pietra, del mattone, del dettaglio architettonico) accoglie il Romanticismo (ideale dei sentimenti, poesia del corteggiamento), creando tele che sono documento storico e manifesto emotivo. Cifalà voleva riportare quel sentimento smarrito nella società moderna: gesti d’amore autentici, galanteria, bellezza delle relazioni umane al centro. Ogni quadro è un invito: l’architettura reale fa da contrappunto veritiero a visioni evocative, dove il paradosso genera fertilità artistica. Quadri come questi, con la loro minuzia e passione, restano un ponte tra passato e presente. Da poeta ereditiamo circa 300 versi in italiano e siciliano e attore in Verga e Pirandello nonché ballerino di rock’n’roll con l’inseparabile compagna di vita, la moglie Silvana.
