
Da La Sicilia del 10 Novembre 2025
Internati militari storia di uomini da non dimenticare
Letizia Cuzzola torna in questi giorni in libreria con un saggio di approfondimento storico a due anni dalla pubblicazione di “Non muoio neanche se mi ammazzano”
Torna in libreria con un saggio di approfondimento storico a due anni da “Non muoio neanche se mi ammazzano” (Morrone), occupandosi della vicenda degli Internati Militari Italiani, stavolta in Calabria. Con la prefazione di Francesco “Kento” Carlo e la postfazione di Ippolita Luzzo, la studiosa e scrittrice reggina Letizia Cuzzola con“I figli di nessuno tornano a casa. Internati Militari Italiani: diecimila calabresi nei lager nazisti” (I Coribanti Edizioni, pp. 150, € 15), ha sorpreso quanti aspettavano un suo nuovo romanzo e invece la ritroviamo con un saggio storico: come mai?
«È successo che dall’uscita di “Non muoio neanche se mi ammazzano” si è creata non solo una rete di lettori diversi dal mio target, ma una rete di famiglie vere e proprie che hanno usato il libro come punto di partenza per le loro ricerche. In maniera del tutto naturale si è iniziato a formare un database di Internati calabresi, a quel punto ho deciso di approfondire la questione, la prima domanda che mi sono posta, quasi per curiosità, è stata “Quanti sono davvero?” e da lì è iniziato tutto». E poi? «Sono partita dai Registri di rimpatrio in cui ho trovato 600 pagine dedicate alle province calabresi. Le condizioni di conservazione dei registri non sono ottimali e ho deciso di trascriverli. Una volta ottenuti i nominativi corretti, esclusi i doppioni e i prigionieri di guerra, quel che è rimasto erano i dati di circa diecimila militari internati nei campi in Germania. Nel verificare i dati, per ognuno ho fatto una ricerca celere che mi permettesse di aggiungere magari qualche informazione in più». Facciamo un passo indietro e torniamo dopo sugli aspetti tecnici della ricerca. Chi erano gli Internati Militari Italiani? «Alla firma dell’Armistizio, c’erano circa 650mila soldati italiani schierati sul fronte balcanico, vennero catturati dai tedeschi che gli diedero come alternative alla fucilazione immediata le possibilità di passare a combattere a fianco dell’esercito tedesco o la traduzione in Germania nei campi di concentramento. In massa scelsero questa seconda opzione. Nel frattempo, si era ristabilita la ‘collaborazione’ tra Hitler e Mussolini, per il diritto di guerra non si possono fare prigionieri i soldati di eserciti alleati, per cui si accordarono creando una nuova categoria, gli Internati Militari Italiani. Si trovarono sospesi in questa condizione, passami il termine ma azzarderei parcheggiati in questo status, perché quotidianamente venivano chiamati a rispondere all’offerta di passare con l’esercito tedesco o con quello della Repubblica di Salò, ma per due anni risposero un NO netto, senza ripensamenti, pur sapendo che avrebbe significato restare in campo di concentramento con tutte le conseguenze del caso. Subirono l’isolamento, le torture, i lavori forzati pur di restare fedeli alla divisa che indossavano». Una volta trascritti i nomi e i dati essenziali, perché approfondire la condizione di internamento di ognuno? «Perché le difficoltà anche solo per iniziare le ricerche sono enormi. Il mio inglese e il mio tedesco sono fluenti, ma mi sono messa nei panni del figlio di un IMI, magari anziano, che non avrebbe mai potuto da solo avere accesso ai documenti conservati all’estero. È solo un piccolo punto di partenza, i pezzi angolari di un puzzle. E da qui il saggio che diventa strumento per arrivare alle famiglie e restituire questi documenti che ho accumulato e un pezzo della loro storia di famiglia». Perché i nostri lettori dovrebbero leggere “I figli di nessuno tornano a casa”? «Perché è un capitolo della nostra Storia che non si trova sui libri scolastici e perché oggi, paradossalmente e più che mai, abbiamo bisogno del coraggio antifascista».

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