
Da La Sicilia del 23 Ottobre 2026
«La semplicità, oggi rara è ricchezza e profondità»
Domani a Catania la presentazione del nuovo libro di Vincenzo Vitale “Nelle tenebre dimorano le aquile”
Vincenzo Vitale in “Nelle tenebre dimorano le aquile” (Baldini e Castoldi, pp. 160. euro 18), che sarà presentato domani alle 18 presso La Feltrinelli di Via Etnea a Catania, impone ciò che da troppi decenni e stato dimenticato: il corretto uso della lingua e della stilistica scrittoria italiana. In questa antologia di cinque racconti, si rende omaggio alla parola scritta nella sua spettacolarità, arricchita da alcune variabili come le locuzioni in lingua siciliana, pochissime a dir il vero, e l’autore chiarisce che: «L’uso di locuzioni siciliane è stato limitato in questi racconti ad alcune brevi espressioni, perché ritengo che a volte sia opportuno esprimere un pensiero in modo più incisivo. Esse incidono nella percezione di chi legge con la sottigliezza di un bisturi: preservano la memoria del concetto, anche se la singola parola cada nell’oblio. Insomma, dicono ciò che la lingua tace». Carmelino come Giovannino, non è un caso che vengano utilizzati dei vezzeggiativi: come mai?
«I diminuitívi credo siano dovuti a due motivazioni. Per un verso, esprimono la mia simpatia per i personaggi; per altro verso, intendono comunicare la loro purezza d’anima, che loro consente di manifestarsi come “aquile”, capaci, pur dimorando nel buio di una Sicilia oppressa dai baroni, di levarsi verso la luce del mattino». Cinque racconti dei quali uno lungo diviso in capitoli, tutti affrontano quel momento dove la sfida da superare é legata agli aspetti umani più profondi e anche dolorosi: c’è rimembranza col suo vissuto personale o è soltanto fiction? «Paradossalmente, nulla è memoria personale ed insieme tutto lo è; tutto è finzione, ma nulla lo è. Finzione e memoria vivono in un necessario connubio dal quale scaturiscono il pensiero e le parole che lo struttu-rano. Ogni memoria è veicolata dalla capacità inventiva, che la trasfigura; ogni finzione dalla memoria che la sostiene ed alimenta. Sicché, distinguere l’una dall’altra non solo è impossibile, ma é anche inutile». Nel primo racconto in un certo modo sembra emergere la madeleine proustiana: chi è realmente il protagonista del racconto? «Chiunque ha sperimentato la madeleine proustiana: basta un sapore, un profumo, un suono per rievocare il sorriso di una persona cara scomparsa, una strada non più percorsa, una casa dove a lungo abitammo. Siamo abitati da cento vite che ci accompagnano lungo il cammino dell’esistenza. Una sola nota di Chopin e appare mia madre; la fragranza di un dopobarba inglese ed ecco mio padre. Non siamo mai soli. Anche quando soli ci sembra di rimanere». Perché ha evoluto un libro di racconti che richiama un linguaggio molto colto e ci azzardiamo a dire anche aristocratico, quasi come gli ambienti e i protagonisti che ha narrato? «Non credo che il linguaggio di questi racconti sia colto. Purtroppo la narrativa italiana degli ultimi anni ha abituato a forme linguistiche semplicistiche, a volte sciatte. Questi racconti sono invece tessuti – spero – con una lingua semplice e profonda: la semplicità, oggi rara, è ricchezza e profondità, mentre la semplificazione, oggi di moda, e povertà e superficialità. Non per nulla San Tommaso indica Dio come il più semplice degli esseri, in cui non alberga approssimazione o contraddizione e che, per questo, è abissalmente profondo. Per quanto mi riguarda, son solito scrivere fluidamente. Se ho a volte usato parole colte è perché appartengono da sempre al corredo lessicale al quale sono avvezzo, sapendo che – come nota Tommaseo – in lingua italiana, ricca e di rara bellezza, i sinonimi non esistono: ritroviamo solo termini affini. Voltaire ammetteva che mentre i francesi con la loro lingua dicono solo ciò che possono, gli italiani possono dire con la loro tutto ciò che vogliono. Spesso ce ne dimentichiamo. E il guaio è che una lingua impoverita impoverisce il pensiero, riducendo il senso critico in cui esso si sostanzia. Questo denunciava decenni or sono Gunther Anders: inascoltato». Quanto è importante il peso della guerra, della povertà, del limbo, per narrare una fine raggiunta (Compresa la morte che nell’ultimo capitolo diventa per Giovannino quasi un prodromo rivoltato che rimette in piedi un racconto che sembrava finito)? «Giovannino prova di esser vivo quando decide di rischiare la propria vita per salvare quella del suo compagno: per questo la morte lo troverà vivo. In proposito, domandiamoci: quanti di quelli che sembrano vivi, che ci passano accanto ogni giorno lo sono davvero? Pochissimi. La maggior parte, purtroppo, sopravvivono mentre la loro anima se n’è già volata via. Le aquile sono quelli che invece hanno scelto di non morire: vogliono farsi trovare vivi dalla morte». Quale esigenza l’ha spinta a scrivere in tempi rapidi dei gioielli che puntano alla riflessione sociale e familiare di altre epoche, ma che sono molto attuali ai giorni? «Si scrive perché è necessario, quando si deve lasciar esondare la propria anima verso mete sconosciute. E non è che la rappresentazione del mondo così promossa appaia importante perché attuale: al contrario è sempre attuale proprio perché importante. Aborro infatti l’ideologia della attualizzazione ad ogni costo, quella propria, oggi, di troppi registi teatrali, anche celebri, ma ingenui».

