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La Sicilia – “Niente da dichiarare”…. tutto da leggere – Recensione al nuovo romanzo di Giulia Sara Miori (Marsilio)

19 Maggio 2026 - Articoli di S.M. Fazio, Recensioni
La Sicilia – “Niente da dichiarare”…. tutto da leggere – Recensione al nuovo romanzo di Giulia Sara Miori (Marsilio)

Da La Sicilia del 19 Maggio 2026

“Niente da dichiarare”…. tutto da leggere

Sembra che una delle affermazioni espresse in “La consolazione” di Manlio Sgalambro (“Il disperato non può sperare che riceva consolazione”) abbia fatto breccia nella potentissima penna di Giulia Sara Miori, nel suo nuovo romanzo “Niente da dichiarare” (Marsilio, pp. 238, € 17,00). L’autrice con questa nuova, quanto realissima, opera costruisce una narrazione che rifiuta qualsiasi forma, appunto, di consolazione. Non c’è redenzione né catarsi: il lettore viene trascinato dentro la progressiva disgregazione mentale di Marta, protagonista respingente e lucidissima, incapace di adattarsi a un mondo fondato sulla performance e sulla sorveglianza emotiva. Diviso in cinque parti, il romanzo sembra sferrare colpi senza soluzione di continuità, il tutto prendendo e ispirandosi dal terribile mondo, che Heidegger ci svelò essere accogliente soltanto se ne siamo schiantati con virulenza che non serba alcuna sorpresa, se non lo sterminio mentale che riduce in poltiglia la nostra carcassa.

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Partendo dall’azienda olandese Hardisson, microcosmo di un capitalismo apparentemente inclusivo ma in realtà profondamente coercitivo, la Miori descrive con una scrittura tagliente e glaciale un ambiente dove anche il linguaggio motivazionale diventa strumento di controllo. Marta, la protagonista, osserva colleghi e manager con disprezzo, ma dietro il suo cinismo emerge soprattutto una frattura insanabile: l’impossibilità di sentirsi parte della realtà senza percepirla come degradante. Con il ritorno in Italia, il romanzo abbandona la satira (distruttiva?) sociale e scivola in un territorio più perturbante e simbolico. Torino e Milano diventano paesaggi mentali deformati, attraversati da ossessioni, tribunali, stazioni e silenzi. La tragedia del volo Germanwings 9525 e la figura di Andreas Lubitz entrano nel romanzo non come semplice riferimento di cronaca, ma come riflesso della deriva interiore di Marta. L’aereo che precipita diventa la metafora di una soggettività che ha smesso di reggersi. Successivamente il focus del romanzo prende quota: è il burnout che viene raccontato non come semplice esaurimento lavorativo, ma come crisi esistenziale totale (prodromo di una nuova corrente filosofica che la Miori sta elaborando?). Nel mondo descritto tutto appare mercificato: il lavoro, i rapporti umani, perfino l’intimità. Anche la “girlfriend experience” e le relazioni sentimentali vengono raccontate come simulazioni emotive dentro un sistema incapace di produrre autenticità. Con una prosa asciutta e priva di pietismo e con dialoghi spesso feroci, la Miori non spieg ne giustifica il male: lo osserva dall’interno, lasciando emergere il vuoto affettivo e la dissociazione della protagonista senza moralismi.

Opera è stupendamente cupa e disturbante: esalta il fallimento psicologico a fronte di una società fondata sull’efficienza, inutile e patologica, dell’adeguarsi a greggi di canaglie. Marta è l’archetipo, la contemporaneità è esautorata da se stessa e il desiderio di sparire è l’unica forma possibile e praticabile, il tutto con buona benedizione dei sofisti, di Zappfe, Mainländer e Caraco. Efficiente fino al midollo osseo e provando a rivisitare la contemporaneità dell’oblio del vivere, l’autrice a colpi di falce restituisce la spettacolare quanto assurda convinzione dei più: il vivere merita d’essere! Anche a condizioni di cadute senza mai spiattellarsi in un fondo che non consegna un tonfo che dica: “sei arrivata, adesso rialzati”? Realistica e superba: lode e bacio accademico!

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