
Da La Sicilia del 23 Luglio 2026
Odessa, simbolo universale di tutte le guerre
Francesco G. Tigani: «Il presente è così pieno di contraddizioni e di futilità che l’antico rappresenta l’unica àncora di salvezza rispetto alla deriva della modernità liquida»
Sorprende e non poco Francesco G. Tigani, con “Efialte di Odessa. Un poema” (Carthago, pp. 114 € 15), che miscela l’ignomia della contemporaneità con la saggezza dei classici. Perché propone uno stile antico per raccontare il presente, il filosofo e saggista messinese replica: «Perché il presente è così pieno di contraddizioni e di futilità che l’antico rappresenta l’unica àncora di salvezza, l’unico fondamento possibile rispetto alla deriva della modernità liquida.» Quale tradizione greca sente più vicina: Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide o i lirici? «Avendo una formazione da classicista non posso che sentire vicina tutta la tradizione greca, da Omero a Nonno di Panopoli. La grandezza della cultura greca è stata quella di inserire qualcosa di epico anche nella miseria della condizione umana, rendendo gloriose persino le azioni più spregevoli e infamanti, se commesse da un personaggio con una storia personale che le giustifichi.»
Il suo poema nasce da un’urgenza civile o da una necessità propriamente poetica? «Un’esigenza filosofica, più che altro. Quando è scoppiato il conflitto russo-ucraino ho avvertito il bisogno di riprendere in mano il saggio di Simone Weil sull’Iliade e, rileggendolo, mi è venuto spontaneo associare la guerra in corso con quella di Troia che, appartenendo alla dimensione del mito, può essere considerata come la prima guerra dal punto di vista ideale, ovvero come il paradigma e il parametro di tutte le guerre che si sono storicamente susseguite. Il mito, infatti, precorre la storia: è al di là del tempo e riscrive le coordinate spaziali in cui un evento accade, senza che accada realmente.» Quando ha capito che la guerra richiedeva un linguaggio diverso da quello del giornalismo? «I linguaggi della storia e della cronaca non sono i linguaggi originari della guerra. Sono linguaggi che sono venuti dopo. Sappiamo che il primo storico nel senso proprio del termine è stato Erodoto, che è vissuto solo nel V secolo dell’èra precristiana. Ciò che è avvenuto prima è stato tramandato nella forma del racconto cantato e dell’iscrizione monumentale.» Nel suo poema Odessa è una città reale oppure un simbolo universale della città ferita? «L’Odessa che descrivo è reale soltanto nei suoi monumenti. Per il resto, è il simbolo di tutti i teatri di guerra sparsi nel mondo.» …e quanto conta la storia cosmopolita di Odessa nella costruzione del testo? «La scelta di Odessa non è stata casuale. È stata proprio la storia multiforme della città, che viene richiamata rapsodicamente in corso d’opera, oltre alla sua posizione geografica e alla sua importanza portuale e strategica, a renderla l’ambientazione ideale.» Crede che la hybris sia ancora la categoria più efficace per comprendere le guerre del XXI secolo? «Purtroppo no. Dico purtroppo perché la hybris è legata ai singoli uomini: quegli uomini che anticamente hanno fatto la storia, trascinando eserciti e popoli. Adesso invece le guerre sono il prodotto di logiche di mercato. A volerle non sono i singoli uomini ma le lobby azionarie. Per questo non si può più parlare di condottieri e di statisti, come si faceva un tempo, bensì di presidenti e in generale di personaggi politici.» Per chiudere: un poeta deve prendere posizione oppure la poesia deve conservare una distanza dal conflitto? «Questo dipende dall’obiettivo che si prefigge un autore e dal modo in cui vuole che venga recepita la sua opera. Non esiste una risposta valevole in assoluto.» E un filosofo? «Un filosofo prende posizione con i suoi pensieri. Ogni pensiero rappresenta una posizione, come una pietra miliare rappresenta un punto esatto in un percorso, segnando una distanza precisa rispetto a tutti gli altri punti possibili.»

