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La Sicilia – I sapori della Sicilia s’intrecciano con la memoria intima – Recensione a “Raccoglievamo le more” di Agata Motta

31 Ottobre 2025 - Articoli di S.M. Fazio, DIGRESSIONI, Recensioni
La Sicilia – I sapori della Sicilia s’intrecciano con la memoria intima – Recensione a “Raccoglievamo le more” di Agata Motta

Da La Sicilia del 31 Ottobre 2025

I sapori della Sicilia s’intrecciano con la memoria intima

Raccoglievamo le more(Kalós, 2025, pp. 343, € 20) dell’etnea trapiantata a Palermo, Agata Motta si stanzia su radici profonde, memoria famigliare e dello sguardo intimo che osserva come la Storia si insinua nelle vite quotidiane, nei gesti piccoli, nei silenzi. L’esordio di questo bel volume (Kalós è una garanzia) è con Aurelio, ormai lontano dalla casa dei Vitale, torna o forse semplicemente si ritrova a guardare ciò che resta di quel luogo.

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La domanda che sente al bar — “A cu’ appatteni?” (“A chi apparteni?”) — diventa la chiave di volta: per dare senso al passato, per capire le appartenenze che si sono dissolte o trasformate. L’opera si sviluppa per salti nel tempo: siamo negli anni Quaranta in una Sicilia rurale e domestica, ma presto attraversata dalle tensioni del fascismo, della guerra, del disordine morale e materiale. La famiglia Vitale è numerosa, ogni personaggio ha la sua storia, il suo desiderio, il suo dolore. Non c’è solo la dimensione pubblica o storica, ma soprattutto quella privata, affettiva. La narrazione è composta come un mosaico: non lineare, costruita su ricordi, flash, frammenti d’infanzia o adolescenza, interni di case, suoni, odori, gesti che parlano più della parola ufficiale. Spesso, ciò che non viene detto è tanto potente quanto ciò che viene mostrato. L’autrice connette la terra, la luce, i sapori della Sicilia — le more, appunto — con la memoria intima. Magistrale come nessuna figura è piatta: si ama, si tradisce, ci si smarrisce, chi cerca rifugio nella musica o nella fede (o nell’assenza), fino a tornare al fulcro, Aurelio che la sua ricerca lo collega a tutti gli altri e che di riflesso rende fulcro: genitori, fratelli, zio, figure che portano ciascuna un frammento del passato, un pezzo del suo personale puzzle identitario. Seppur snervante il concetto di memoria ripreso in troppe opere, la Motta, non la idealizza rendendola irregolare, dolorosa e frammentaria e creandone un equilibrio tra storia e intimità, tant’è che pur essendo ambientato in un periodo di crisi (guerra, regime, trasformazioni sociali), il romanzo non scade mai nel manuale storico né nella retorica. Libro che respira con la pelle invitando il lettore a chiedersi cosa significhi “essere di un luogo” o “appartenere”. Romanzo che non si accontenta di nostalgia, ma che vuole capire, trattenere e sperare. A chiosa: il 21 Settembre scorso l’opera si è aggiudicata la medaglia di bronzo della VII edizione del Premio “Etnabook Cultura sotto il vulcano”.

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