
Da La Sicilia del 10 Febbraio 2026
“Archeologia cromatica” tra desiderio e orrore
Due amiche, prigioniere della monotonia urbana, trascorrono le giornate sul tetto della loro palazzina, scrutando l’orizzonte con un desiderio bruciante: vedere il mare da vicino, toccarne le onde, evadere dal grigio quotidiano. Quando finalmente raggiungono la spiaggia, un incontro cambia tutto. Le loro narrazioni svelano una realtà crudele: la disumanità di una violenza perpetrata da un umano su un altro. Questa è la sinossi di “Archeologia cromatica (All’amata me stessa)”, (Qed, pp. 208, € 18), il nuovo romanzo di Gianfranco Cefalì, che stupisce per la sua intensità e perplime per il tabù che affronta: la violenza come gesto tra umani «orrore difficile da comprendere e narrare – ci dice l’autore – specie per le vittime che ne portano le cicatrici silenziose». Prestatosi di buona lena a chiarimenti interessanti su quest’opera in libreria il 13 febbraio prossimo, all’autore lametino chiediamo se ha contezza di aver messo in discussione la letteratura socio-pedagogica.
Qual è il messaggio che vuole comunicare? «Accanto alla violenza – fulcro della storia, come dicevo – mi interessava esplorare il concetto di trauma e il suo legame con la narrazione. Parlarne, affrontarlo: perché le cicatrici restano indelebili, marchi che non svaniscono». Crede di esserci riuscito pienamente? «Ho cercato, attraverso un incastro metanarrativo complesso, di far comprendere il dolore profondo e quanto sia arduo persino articolarlo. Non è solo storia, ma un invito a sentire quel peso». Subentra dunque un antropomorfismo delle emozioni, dove i sentimenti prendono forma quasi umana? «La solitudine, il vuoto interiore e la costante ricerca di distrazioni dall’abbandono e dalla malinconia – della vita, dei luoghi che ci circondano – sono aspetti centrali. Ho messo al centro tre personaggi femminili che affrontano le loro solitudini insieme, uniti nel tentativo di riempire quel grande vuoto che le divora ogni giorno, in un rituale quotidiano di sopravvivenza emotiva». Lei esplora l’adolescenza come età apicale, un crocevia di luci e ombre… «Esatto, non solo nei momenti di banalità quotidiana – quei semplici desideri che accomunano i giovani, come il sogno del mare – ma anche nei piccoli e grandi traumi che si trascinano come pesi invisibili, zavorre che ne modellano l’esistenza». Una scelta narrativa forte: perché le protagoniste sono tutte donne? «Ho voluto porre loro in primo piano, escludendo per una volta il punto di vista maschile, relegandolo a semplice comparsa. Sposto il focus sulla vittima, indagando aspetti specifici del raccontarsi e del farsi raccontare dalle donne, in questo caso giovanissime adolescenti, le cui voci meritano di essere amplificate senza filtri patriarcali “Archeologia cromatica” non è solo un romanzo, è un’esplorazione cromatica delle ferite umane, dove i colori de-gli appunti diventano metafora di un’arte catartica. Cefalì ci sfida a confrontarci con il trauma non come astrazione, ma come esperienza vissuta, intrecciando solitudine condivisa e resilienza femminile in una narrazione che lascia il segno.

