
Da La Sicilia del 12 Maggio 2026
Maggio 1978, batte forte il vecchio cuore granata
Giuseppe Culicchia costruisce un romanzo della memoria che intreccia politica, formazione e calcio
Doppietta al Salone del Libro di Torino, sabato 16 Maggio, con il siculo piemontese (siculo di parte paterna), Giuseppe Culicchia che presenterà due volumi in momenti diversi. Dei due, raccontiamo “Torino, 16 maggio 1978. Un tuffo al cuore, vecchio e granata”, (66thand2nd, pp. 117, €17), dove l’autore costruisce un romanzo della memoria che intreccia politica, formazione personale e identità cittadina senza mai separare davvero questi livelli: il tutto a 50 anni esatti dall’ultimo tricolore cucito sulle maglie della prima squadra di Torino. La scelta della data del titolo colloca il romanzo anche e immediatamente dopo il trauma nazionale seguito all’assassinio di Aldo Moro e di Peppino Impastato (ambedue uccisi appena una settimana prima, il 9 Maggio per mano delle brigate Rosse il primo e della mafia il secondo).
Culicchia comunque non si limita alla cronaca politica dato che descrive la convivenza con la vita quotidiana e con le passioni popolari. Nel romanzo la grandezza del Toro non è un semplice sfondo sportivo, bensì parte integrante dell’identità emotiva della città, dove il significato che il calcio aveva in quegli anni, non era soltanto intrattenimento domenicale, ma linguaggio comune, appartenenza sociale, forma di riconoscimento collettivo. Il ricordo dell’ultimo scudetto granata, vinto nella stagione 1975-76, attraversa il libro come una specie di mito recente ancora vivo nella memoria nazionale. Quello scudetto rappresenta molto più di un successo sportivo. Per Torino è la rivincita simbolica di una squadra popolare contro il potere consolidato dell’altra squadra che gioca nel capoluogo sabaudo, ma anche l’ultima manifestazione di un orgoglio collettivo prima dell’ingresso definitivo negli anni più cupi della crisi economica e della tensione politica. Il romanzo restituisce la dimensione concreta del tifo di quel tempo: le radiocronache domenicali ascoltate in famiglia, le discussioni nei bar, le figurine, i nomi dei giocatori che diventano parte del lessico quotidiano: Pulici, Sala o Zaccarelli non vengono trattate come icone nostalgiche, ma come presenze familiari dentro la vita della città, tanto che l’autore narra di non giocarsele specie a scuola dove in classe è l’unico torinista tra tutti i compagnetti votatisi al peggio: già dalla stagione precedente il giovinetto Culicchia aveva capito come sarebbe andato il mondo del calcio in Italia: favorire lo squallore degli estremismi bianco e nero. E sua maestà il caso volle che in una partita del Toro contro la Sampdoria, un gol venne annullato nonostante la palla avesse superato la linea. E chi l’aveva tolta da dentro la porta? Un certo Paul Newman italiano, che poi negli anni a seguire avrebbe allenato proprio quei signori con la maglia orribile a strisce verticali, proseguendo quel confine tra favori degni della canzone di Elio e le Storie tese:” Ti amo campionato”. Quegli anni dove Culicchia ricorda il papà e la sua bottega di barbiere, il trasferimento in provincia, la promessa della maglia del Toro come regalo di promozione in 5′ elementare. La famiglia unita, le telefonate agli zii e al cugino Walter Alasia, tifosissimo dell’Inter, poi ucciso, in un conflitto tra brigadisti e forze dell’ordine. Sul piano stilistico per Culicchia non possiamo aggiungere nulla oltre ciò che sappiamo: enorme, come la sua scrittura e i suoi contenuti, mai a forzare il tono elegiaco senza indulgere nella nostalgia facile. Addetti ai lavori: dov’è il Pulitzer?

