
Da La Sicilia del 13 Agosto 2025
Lo spazzino che liberò la sua amata terra dal cancro della mafia
“Malatesta” e il primo romanzo firmato da Alessandro Marinaro, ironico, divertente, amaro al contempo
“Malatesta è uno strano spazzino che ha trovato il modo di liberare la Sicilia dalla mafia.” E’ questa la frase strillo che appare sulla quarta di copertina e che ci ha indotto a leggere il libro dove si scopre come un netturbino possa liberare la Sicilia dai tentacoli di Cosa Nostra. Già regista affermato, Alessandro Marinaro, non è al debutto libresco, anche se con “Malatesta” (Algra, 2025, pp. 140, € 12) si sperimenta nel romanzo approdandogli dal racconto breve: un po’ come si fa al cinema, quando dal corto fai il salto al lungo, e, non poteva che essere il cinema la colonna portante di questo romanzo.
Pippo Malatesta di professione netturbino, vive con la giovane moglie Giulia di Blasi, sfigata attricetta di teatro, convinta di avere il talento per diventare una stella del firmamento cinematografico. Pippo detesta la malavita e le fiction sulla mafia, non riesce a sopportarle tanto da ‘farne’ una malattia di tipo allucinatoria acufenica (seppur dopo diversi controlli scopre di non soffrire di schizofrenia né di acufene), tant’è che sente continui spari, botti, riverberi. Intrapresa una psicoterapia di tipo analitico, le vicende si dipanano tra i sogni e una realtà che ripudia e d’altro canto dove si impone forte la realtà medesima, quindi l’Io di Pippo che non sa sin dove può spingersi. Irriverente, esilarante e profondamente realistica la sua opera dove vuole condurci? «Mi piaceva l’idea di raccontare la storia di uno strano individuo, quella di un triste e simpatico spazzino, il cui scopo quotidiano è prendersi cura di un angolo di strada, di piazza, per donare un aspetto più garbato alle cose. È simbolica la professione di Pippo, visto che è uno che lavora per rendere le immagini migliori. È questo che sogna per la sua Sicilia: immagini lontanissime da stereotipi, da storie di violenza, di sangue, di dolore.» Lei ha svelato che si è ispirato a una sceneggiatura per film: come è approdato al romanzo? «Ho fatto il percorso inverso passando dalla sceneggiatura a scrivere un romanzo. Tutti i limiti che un copione ti impone – legati spesso alla fattibilità economica – sono stati ignorati per dar vita a voli meravigliosi sulle ali dell’immaginazione. Finalmente non mi sentivo con le mani legate, prigioniero di autocensure dovute a discorsi di fattibilità. Il romanzo mi ha permesso di dare più spessore alla psicologia dei personaggi, ai rapporti interpersonali, a inventare nuove “comiche” (vedi gli scherzi che Pippo mette in atto sul set de “L’eco dello sparo”) e nuove situazioni; e, non ultimo, inserire il personaggio di Piero Catalano, caro amico depresso di Pippo, che vive da barbone su una panchina di piazza Cavour, e che comunica soltanto con frasi sentenziose sul perché ogni tanto la vita ha senso.» Azzardiamo: ma questo romanzo nato dalla sceneggiatura, può pertanto diventare film? «Il romanzo potrebbe diventare film, anche perché esiste la sceneggiatura. Dovessi però tramutarlo in una pellicola, aggiungerei di certo alcuni elementi inventati di sana pianta per il romanzo, che a mio avviso danno più forza al racconto.» In letteratura il tragicomico funziona al pari della pellicola? «È un libro umoristico e tragico: provo sempre a ritagliarmi spazi di leggerezza, qualsiasi cosa faccia. Fare comicità in un libro è una sfida. Al cinema, se vuoi far ridere, c’è l’attore che ti aiuta. In un libro fai fede sull’efficacia della parola che deve stimolare il lettore ed evocargli immagini che riconosca e che gli appaiano divertenti.»

