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La Sicilia – La mafia si combatte anche con le parole – Intervista a Civita Di Russo su “Indomita”

10 Dicembre 2025 - Articoli di S.M. Fazio, Interviste
La Sicilia – La mafia si combatte anche con le parole – Intervista a Civita Di Russo su “Indomita”

Da La Sicilia del 10 dicembre 2025

La mafia si combatte anche con le parole

«Spero che i giovani lettori possano capire che la giustizia non è un’idea astratta: è fatta di corpi, paure, responsabilità. E che nessuno va lasciato solo nel proprio errore». Con queste parole Civita Di Russo, avvocata impegnata per decenni nella difesa dei collaboratori di giustizia, introduce “Indomita. La mia battaglia contro le mafie“ (Castelvecchi, pp. 160, €16,50). Il suo libro non indulge nell’eroismo, ma racconta la quotidianità della lotta: diffidenze, intimidazioni, scelte che pesano sulla vita propria e altrui. Una vocazione che obbliga a ridefinire il senso stesso di libertà. Che cosa l’abbia spinta a scrivere l’autrice lo spiega asserendo che «Prima di tutto un bisogno personale: volevo capire perché la mia vita avesse preso questa direzione così forte. Ma c’era anche la volontà civile di testimoniare un periodo decisivo della nostra Repubblica. I giovani oggi conoscono poco Falcone e Borsellino: era giusto condividere ciò che ho visto. E mi ha colpito la loro attenzione».

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Nel suo libro sembra convivano racconto biografico e riflessione etica: ne conviene? «”Indomita” è la storia della mia scelta di diventare penalista e poi di occuparmi di testimoni, collaborazionisti di giustizia e pentiti. È anche la riflessione su come ho affrontato questo compito. Scrivendo, ho cercato un equilibrio tra ciò che vivevo e ciò che quelle esperienze mi insegnavano». Il titolo suggerisce forza e resistenza. In che senso si riconosce in questa parola? «Il titolo lo ha scelto Pietro D’Amore della Castelvecchi al quale chiesi le motivazioni: vedeva in me forza ed energia: una vera indomita. Mi ci sono riconosciuta. Non mi fermo davanti alle cose, nonostante le mie fragilità. Ho una forza, forse emersa dalla disperazione e dalla voglia di fare l’avvocato: pensi quando incontrai il primo collaboratore, disse che ero femmina e non voleva una donna avvocato. Ma oltre la forza necessita anche la resistenza. Devi averla, rischi di stancarti ad affrontare certe situazioni. Ho resistito perché era giusto ciò che facevo». Ha mai pensato di arrendersi? «Sì, soprattutto quando l’assistito era aggressivo o non capiva la direzione che cercavo di dargli. Momenti brevi, ma intensi. Poi però riprendevo il mio percorso, a testa alta». Raccontare senza tradire la riservatezza è stato complesso? «Di molti non ho fatto nomi; di altri, pur molto noti, ho riferito il necessario. La riservatezza è una priorità». Avvocato, difendere i collaboratori di giustizia implica camminare su un confine sottile tra legalità, fiducia e paura. Come si convive con questo equilibrio? «Non è facile. Ho avuto paura tante volte, ma ciò non significa non superarla. E io l’ho superata. Avevo consapevolezza che il lavoro che facevo andava fatto, ho messo l’anima. Si cammina su un confine molto sottile, ma si convive con questo, sai che hai un’etica della responsabilità! La fiducia nelle istituzioni è importante, sai che fai qualcosa necessaria per il nostro Paese» Il libro sembra mostrare un’immagine dell’avvocato diversa dagli stereotipi? «Mi sono occupata di persone che avevano confessato i propri reati. Con un collaboratore ascolti un essere umano che sceglie di esporsi e di raccontare anche ciò che riguarda altri. La responsabilità è enorme: devi accogliere quelle parole, ma senza lasciarti travolgere». Infine le chiediamo numi sul concetto di “solitudine”, che attraversa tutto il suo volume. «La solitudine è spesso una forma di libertà, ma nel mio caso non è stata una scelta. Era la compagna inevitabile di ciò che ascoltavo e che non potevo condividere con nessuno. Uscivo da interrogatori duri e restavo sola con quel peso. Poi riprendevo il lavoro, perché era necessario».

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