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SMF per L’Urlo con “L’Orso” di Claire Cameron Sem editore – L’intervista con Federica Duello

31 ottobre 2018 - Articoli di S.M. Fazio, DIGRESSIONI, Interviste
SMF per L’Urlo con  “L’Orso” di Claire Cameron Sem editore – L’intervista con Federica Duello

L’Olimpo del giallo-thriller-ontologico è certamente il palco dove muove le sue straordinarie e trascendentali storie, stavolta con L’Orso. Claire Cameron scrittrice di una raffinatezza fuori dal comune, con l’avallo epistemologico, sperimenta ogni dettaglio che sconvolge e arieggia nei suoi libri. Con L’Orso, pubblicato in Italia per SEM libri, ha studiato e sperimentato, chiudendoli in una valigia, grazie all’approvazione dei genitori, due bimbi. Il tutto al fine di verificarne il limite di sopportabilità.

Straordinaria, dolce e cordiale, ci ha onorato rilasciandoci l’intervista che segue. Realizzata a quattro mani con Federica Duello che ne ha curato anche la traduzione e con il tramite, necessario e indispensabile della madre di tutte le editorie: Teresa Martini.

 

Cara Claire, ho letto su “Finding Coleman” che hai davvero provato ad infilare i bambini di un tuo amico dentro un box da campeggio per provare la veridicità della scena: come ti è venuta tale idea? 

«Ne parlai con il mio editor, e più ne parlavamo, più cominciavo a dubitare di quel che erano i miei ricordi da bambina a proposito di questo frigo da campeggio. Era diventato più grande di quanto mi ricordassi? Alla fine, ne ho ordinato uno su Ebay da una donna in Florida. Era preoccupata che non fosse in buone condizioni, ma le dissi che era perfetto per quello che dovevo farne. Quando fu tra le mie mani, ormai i miei figli erano diventati più grandi di Anna e Stick, quindi decisi di prendere in prestito i figli di una mia amica: sfortunatamente aveva già letto il manoscritto, quindi sapeva esattamente cosa stavo per fare, e riuscirono a entrarci; potevo chiudere il coperchio e tutto il resto. Diedi loro un dolcetto quando finì, per ringraziarli (ho allegato una foto)».

L’esperienza di Anna e Stick, quindi anche i ricordi di Anna durante il racconto, fa parte delle tue memorie da bambina? Delle esperienze dei tuoi figli? O è solamente frutto della tua immaginazione? 

«Le esperienze dei bambini sono un insieme di cose. Quando cominciai a scrivere il libro, presi per scontato che stessi parlando dei miei due ragazzi, dato che avevano la stessa età. Ma più scrivevo, più realizzavo che la giovane voce stava bussando alle mie memorie di quando ero una ragazzina, specialmente per quanto riguarda la perdita di un genitore in giovane età».

Qual è stato il processo che ha portato te a riportare il mondo come funziona agli occhi di una bambina con quello che credo sia un linguaggio bambinesco estremamente attento nei dettagli?

Ho cominciato a parlarne con mio figlio, che all’epoca aveva all’incirca cinque anni. Il suo vocabolario migliorava di volta in volta e io capì che era capace di dirmi molto più di quello che era nella sua mente. Gli feci alcune domande, e le sue risposte mi sorpresero: pensavo di conoscere tutto quello che lo riguardava, ma mi sbagliavo. Ad esempio, sua nonna era morta qualche mese prima, e io pensavo che lui avesse capito che non c’era più, ma lui la stava ancora aspettando per quando sarebbe arrivato Natale. Più parlammo, e più vidi che in quanto madre giovane, mi ero abituata a parlare con lui e di lui (anche se non ho ancora imparato ad ascoltare). Anna è un personaggio: non rispecchia perfettamente mio figlio, ma ho basato il suo mondo e il suo punto di vista su di lui.


Per quale motivo hai come protagonisti una bambina molto piccola e un infante, dato che bambini più grandi sarebbero risultati essere più affini ad un’esperienza da naufraghi e rendere la storia più credibile agli occhi del lettore?

Il libro comincia con una voce, e sarà per tutto il tempo incentrato su di essa: ho capito che una bambina è estremamente resiliente in modi che non vengono sempre apprezzati. La capacità di Anna di passare dalle lacrime alle risa, dalla paura alla felicità, la aiuta ad allontanarsi dal terrore della situazione in cui si trova. Un bambino più grande avrebbe potuto spaventarsi fin troppo per quello che stava succedendo, ma lei continua ad andare. Ho notato questo tipo di comportamento quando portavo i miei figli in canoa da piccoli. Erano in grado di sedersi sul bordo e far finta di essere al circo, o fingere di essere pirati mentre pagaiavano dentro la canoa. È sorprendente la capacità di farsi trasportare in questo modo dalle situazioni.

Pensi che la recensione che abbiamo fatto del tuo lavoro ha colto il senso nascosto tra le righe della tua scrittura?

Assolutamente. È un libro concepito per strati.

 

Passiamo alla questione tecnica. Cosa ne pensi del tuo libro con la copertina italiana?

Questo libro è stato tradotto in molte lingue, ma la versione italiana rimane la mia favorita. Credo che il dramma della storia sia stato trasposto nella copertina, così come anche il legame tra il fratellino e la sorellina. Questi due elementi sono le parti più importanti del libro e sento che SEM le ha catturate esattamente per quello che sono. Se fossi stata io la designer e avessi concepito visivamente, avrei disegnato anche io questa copertina.

E il relativo successo? Sai bene che è ben decollato e ne è stata apprezzata la stilistica a dir poco, considerata, nuova tout-court.

Non lo so. Mi ha sorpreso. È una storia che racconta di un posto che amo, ma che poche persone conoscono. Ho visto il mondo attraverso gli occhi di Anna, e ho scritto quello che sentivo nel modo più onesto possibile. Credo che sia anche il modo in cui la gente reagisce al libro stesso, ma ci trovo del mistero nel suo successo.


Dopo averti conosciuto a Milano, ti rivedremo in Italia?
Sto lavorando nella seconda bozza del mio nuovo racconto, spero di tornare presto in Italia!

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