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SMF intervista Barbara Balzerani per L’urlo

18 luglio 2018 - Articoli di S.M. Fazio, ESCLUSIVA!, Interviste
SMF intervista Barbara Balzerani per L’urlo

Barbara Balzerani è una penna determinata che non concede sconti e lascia intendere limpidamente il suo messaggio. L’ex brigatista che, stando ai media, ha rappresentato determinazione nell’atto riflessivo ed esecutivo  in uno dei periodi più complessi della storia politica italiana si racconta a L’Urlo.

L’ho intervistata dopo aver letto i suoi libri. Ma anche buona parte della sua biografia. Quel periodo politico manipolato da certa stampa, non corrisponde a certi bigottismi contemporanei sventolate da bandiere rosse e  nere.

 1968 – 1978 – 2018. Anni che si incrociano nella storia, tout – court, del nostro paese. Cinquant’anni fa il ’68, ma anche l’unica vittoria ad un europeo di calcio nella nazionale italiana. Quarant’anni fa Aldo Moro sequestrato e ucciso nello stesso giorno di Peppino Impastato. Il ’68 pose le basi per un sogno, che finirà con il carcere per molti compagni e altrettanti camerati. Ma anche la sudditanza del popolo tutto, ad uno Stato che manipolò la voglia di cambiamento dei giovani. Giovani pronti ad una azione necessaria, indotti allo  scontro ideologico, per pararsi loro la tranquilla poltrona? 

«”Altrettanti camerati” dici. Al di là del mero conteggio il ragionamento che proponi mi sembra consequenziale ai tanto sbandierati “opposti estremismi”. Contro cui le forze politiche democratiche avrebbero fatto argine o fomentato, a secondo delle interpretazioni.

Su questa strada si è arrivati alla giustapposizione tra repubblichini e partigiani e, soprattutto, si rimuove dalla storia degli anni ’70 la sua sostanza fondamentale, ossia lo scontro tra interessi di classe contrapposti, prima ancora che scontri violenti tra giovani esagitati di diverso colore politico. Bisognerebbe ricordare la genesi di quello scontro e la sua natura, bisognerebbe ripercorrere la storia del nostro bel paese e il sistema di privilegi, inamovibilità bigottismo, ingiustizie, illibertà, violenza ben rappresentato dal potere democristiano.

Il clima anticomunista orchestrato dalle democrazie occidentali ovviamente avevano facilitato la vita politica dei neofascisti. Sia quelli in doppiopetto che quelli muniti di mazze e coltelli.

E il mondo della scuola non faceva eccezione: elitaria, selettiva per censo, nozionistica, incardinata sui valori di “dio, patria, famiglia”: l’humus ideale per le idee e le pratiche della destra fascista.

Tanto per dirne una, già nel ’66 viene ucciso Paolo Rossi, aggredito, percosso e scaraventato dalle scale della facoltà di Lettere di Roma. C’era il rinnovo degli organismi di rappresentanza studenteschi, non la presa del Palazzo d’Inverno, e il solo fatto che qualcuno osasse diffondere volantini di parte avversa in uno dei feudi delle destre, costò la vita a un giovane socialista di 19 anni.

In quel clima di intimidazioni e violenze squadristiche, la polizia e il rettore presero posizione solo per ordinare ed eseguire lo sgombero dell’occupazione della facoltà a seguito dell’omicidio, “omicidio preterintenzionale contro ignoti”, secondo una sentenza niente affatto originale di un tribunale. L’irrompere del movimento studentesco, che troverà il suo culmine nel’68, ha rappresentato una inversione di tendenza radicale nella cultura politica italica.

L’entrata in massa nelle scuole superiori dei figli di famiglie operaie ha rotto il meccanismo di riproduzione della cultura politica dominante: l’istruzione, il sapere anche accademico si trasformarono da armi di asservimento delle classi subalterne a strumenti di emancipazione sociale, a percorsi di liberazione e conquiste inedite.

L’anno dopo, il ’69 operaio, vedrà il consolidarsi di un’alleanza tra operai e studenti in lotta che costituirà la tenaglia alla gola del potere per gli anni successivi. Vera e propria lotta di classe rivoluzionaria, altro che rivolta generazionale o opposti estremismi! Altro che capacità dello Stato di manipolare l’ondata rivoluzionaria, anche quando divenne armata, che ha riproposto nello scontro politico la questione del potere per più di un decennio.

Per quanto mi riguarda personalmente, anche se ho nutrito e condiviso l’antifascismo extraparlamentare e vissuto la presenza dei gruppi di destra come sostegno politico e braccio armato del potere, negli anni di militanza nelle Brigate Rosse ho affinato l’analisi e imparato a meglio distinguere tra nemico principale, lacchè e servi sciocchi.

La centralità dell’attacco alla DC lo dice meglio di così e questo ha anche costituito l’essenziale della battaglia politica nel movimento rivoluzionario contro le ipotesi di un primato dello scontro militare antifascista o, al contrario, contro il baluardo controrivoluzionario del Pci.

Ancora oggi continuo a pensare che i nemici principali siano i promotori delle politiche liberiste – solleciti anticipatori di tutte le politiche anti proletarie che scontiamo e cinici liquidatori delle conquiste strappate – più che gli sbandieratori dell’odio razzista, ben incollati alle loro poltrone di rappresentanza democratica a garanzia di affari e potere e temibili sopratutto per la legittimità offerta a qualche epigono degli italiani-brava-gente, come Macerata insegna.

Per concludere, non credo che la complessità storica si possa risolvere in un gioco di trame. Questo tipo di interpretazione, oggi molto di moda, può servire solo ai fautori dell’immobilismo e del disimpegno, visto che di fronte alla pervasità dei poteri “occulti” non ci sarebbe più una pratica collettiva per cui valga la pena lottare».

 “Compagna Luna”, il tuo libro più noto, è un sommario profetico e di anticipazione. Il pentimento, eccessivamente discusso, non può esserci in chi ha non creduto soltanto, ma ha messo la propria persona a rischiare per un mondo libero. Questa scelta del non pentirsi, è stata e continua ad essere strumentalizzata, da chi si veste da buonista, quando parlano di BR e di Balzerani scrittrice.

Compresi ex compagni che con te vissero quegli anni, e che si arrogano il diritto di ‘sparare’ sul proprio vissuto. Penso a Patrizio Peci che colto dal dolore della morte del fratello, iniziò a sbugiardare i propri compagni, andando anche nel personale.

Però c’è Compagna Luna testamento chiaro e bello che ti dice perché il pentimento non può essere. Perché finirebbe per sconfessare, tutto quanto si è fatto per cambiare. La tua personale risposta Barbara, per un chiarimento necessario, qual è? 

«Quello che passa sotto la definizione di “pentimento” in realtà è un’operazione politica che, grazie a una legislazione speciale, ha premiato “i testimoni della corona” e consegnato i segnalati, fino ai sospettati e a chi “ha dato una mano”, alle pratiche “persuasive” dello stato.

È un mercato in cui, in cambio della delazione, dell’abiura e del riconoscimento delle superiori virtù dell’avversario combattuto fino al giorno prima, si ottengono vantaggiosi sconti di pena e la riabilitazione morale. Questo ultimo aspetto non va sottovalutato perché il ribaltamento di convinzioni e di legami non avviene in privato come ci si aspetterebbe in presenza di un travaglio personale, ma necessita non solo di essere esibito insieme al dolore per il male arrecato, ma si rende funzionale all’operazione politica di negazione delle ragioni di chi ha agito per cambiare l’esistente.

Il tutto analizzato in una bolla ripulita dal contesto politico e sociale degli avvenimenti e, soprattutto, dalle responsabilità molteplici di chi, nei fronti contrapposti, ha agito. Il potere ne esce rivestito dal nitore di un’innocenza che per sua natura non gli può essere mai attribuito e, al posto della ricostruzione storica, trionfa un resoconto ipocrita del trionfo del bene sul male. In questa rappresentazione da sacrestia naturalmente non manca il corollario del perdono per i meritevoli che, da concezione intimo-religiosa, travalica nei codici e nella cultura politica dominante.

Chi non rientra nella categoria è per sempre escluso dalla libertà di parola e non per titolo di reato, identico ai tanti graziati per ammissione di colpa, ma per indegnità morale, per inestinguibilità della pena se non tramite redenzione e successivo perdono privato. Io credo sia legittimo nel novero delle facoltà umane cambiare opinione, riconoscere errori e provare rimpianto e dolore per la durezza a cui ci si è sentiti obbligati. Ma questo che c’entra col rivestire il re che con tanto sangue e sofferenze era stato messo a nudo dall’intelligenza e la generosità di tanti compagni? Rispetto a scelte tanto radicali, rispetto alla responsabilità e la memoria di quel pezzo di storia, che rispettabilità e credibilità può assicurare il riconoscimento dell’onorabilità del vincitore?»

 Ne “Le sirene delle cinque”, vi è in Barbara infante la volontà già estrema di non sottomettersi? 

«Io ho scoperto da ragazzina l’esistenza delle differenze sociali come una guerra dichiarata vigliaccamente da una parte sola, che non era la mia. Vengo da una famiglia operaia in cui ho imparato a coniugare la vita con la fatica, la disgrazia delle guerre, la nostalgia dei migranti, ma anche con l’orgoglio di appartenenza alla parte di umanità capace di “fare”, in un mondo governato dal parassitismo di chi non ha nessuna intelligenza nelle mani. Un sentire “aristocratico” di una condizione difficile ma, al contempo, l’unica indispensabile alla vita di tutti.

Di qui il mandato a non cedere sulla difesa della propria dignità. Finché ho vissuto nella stretta cerchia familiare e di un buon vicinato di uguali, di nulla altro ho sentito bisogno oltre che della libertà dei giochi di strada e del pane bagnato con lo zucchero sopra che quella comunità sempre garantiva. Mai avrei immaginato che il valore delle persone si potesse misurare su quanto posseduto.

Ma è bastato entrare il primo giorno in una scuola per capire, d’un solo colpo, quanto diverso fosse il parametro di giudizio. Quanto disprezzo per gli ultimi banchi, quanta colpa nell’essere poveri, quanta vergogna per la miseria della loro condizione. Questo insegnava quella scuola, spietata nel legittimare l’ingiustizia e il dovere di servilismo verso chi aveva il potere di graduarne la misura. Ci voleva veramente poco per non farsene una ragione».

Recentemente, in troppi si sono risentiti per delle risposte, riprese come spietate, ma che io ho, certamente assieme ad altri, trovato profonde e definitive nella radicalità, inevitabile del pensiero socio ontologico e politico. Una su tante: “tutti coloro che hanno accesso ai mezzi della comunicazione e che altro non hanno prodotto che verità di comodo, mistificazioni e vere e proprie menzogne su quegli avvenimenti, i comportamenti e le responsabilità di ciascuno […] Non crede sia interesse anche di quelle persone che lei ritiene io abbia offeso che un simile evento non sia lasciato alla ricostruzione di personaggi che per nulla hanno a cuore il rigore di una ricostruzione storica? Personalmente, se potessi, mi sottrarrei a questo cialtronesco spettacolo mediatico che, questo si, a mio parere, offende i sentimenti e l’intelligenza dei più”.

La lettura è chiara, sembrerebbe dire che spiace per i posteri, ma al loro posto, oggi ci siamnoi. Sottomessi a barbarie costanti e continue di tipo politico, se così ormai la si può appellare la politica. E ancora, questa risposta, mi riporta, ad un libro riflessivo, che riconosco tra i più sollecitanti “Lascia che il mare entri”. Tradimenti, sfruttamento, proiezione di un futuro migliore e migliorabile, il tutto, con lucida descrizione per non farsi intortare. Perché Barbara, anche menti considerate illuminate, continuano nella fittizia morale? 

«Perché questi sono tempi dominati da un pensiero a busta paga, e chi paga pretende non solo di sedere alla guida del carro del vincitore ma anche di avere tutte le ragioni. Ma perché questo riesca a essere credibile occorre mistificare i fatti che, si sa, hanno la testa dura. Anzi meglio nasconderli proprio i fatti e inventarsi sostegni a una verità precostituita. E’ un processo di stravolgimento della storia, in cui nulla contano le testimonianze dirette e tutto l’emotività delle emozioni. Nessuna concessione a chi ha agito e ogni lode a chi si è limitato a essere. Come magistralmente ha sottolineato il compianto Luca Rastello, non è più il che fare la domanda che può dare senso all’esistenza ma il chi sono.

È l’inversione dell’orizzonte simbolico che ha fin qui sorretto la concezione della storia come necessario succedersi di rotture, come trasformazione, come responsabilità di prendere parte. Al contrario, riconoscersi nell’appartenenza identitaria dei buoni valori abolisce la necessità di agire politicamente e non necessita di alcuna verifica del proprio operare. Si è nel giusto perché si è giusti per evidenza auto certificata. E’ la fine della storia. Gli attacchi urlati dagli schermi o tramite tastiera non hanno nulla della critica, anche severa, su questioni complesse e discutibili.

Sono insulti ad personam o, nel migliore dei casi, recite a soggetto sulle uniche risoluzioni ammesse. Le forze politiche al potere negli anni ’70 si sono amnistiate da sole, scomparso il loro agire concreto, la piccineria del loro governare, l’asfissia del loro orizzonte immutabile, le loro truffe, le loro menzogne, la loro impunità, la pochezza della loro cultura politica, la distanza dei loro palazzi. Per non parlare della violenza con cui hanno sempre impattato l’opposizione di classe. L’auto attribuzione e la titolarità nella certificazione d’innocenza, è il principale paradigma di orientamento di questa epoca. Tutto scomparso, persino un funerale di stato celebrato con una bara vuota.

Da decenni, con il fiaccarsi delle nostre fila disperse, lavorio propagandistico ha modificato lessico e significati di una lunga tradizione di critica pratica, generando una visione parallela della realtà tutta all’insegna del si salvi chi può, ognuno per sé, che non c’è neanche più bisogno del bastone del padrone tanto si è introiettato il comando e il suo sistema di valori. Paura, odio, razzismo, indifferenza, inerzia, buoni sentimenti a seconda e tanta altra paccottiglia regolano il nostro vivere associato tanto che, per difendere una capacità di consumo in calo, hanno introdotto nel nuovo vocabolario senza passioni persino l’umanità della guerra e “l’aiuto a casa loro”. Buoni sentimenti, di cui sono diventati maestri tanti spacciatori professionisti del giudizio morale finalizzato alla delega e all’introiezione delle virtù civiche del non fare».

 Il favorire a tutti i costi uno schieramento sociale, è una actio submission che in troppi, anche sui contenuti dei tuoi libri, hanno speculato. Per questi la “Balzerani convinta ancora della lotta armata”, nella sua accezione para-moralistica, deve coincidere necessariamente a un ravvedimento.

Le tue risposte, compresa la polemica del non pentimento, invitano alla riflessione su come e dove siamo finiti. Ma anche a non perculare a tutti i costi il tentativo di rimessa in moto per invitare a non sottomettersi? 

«Anche in questo caso la verità è un’altra, dichiarata e praticata. La cessazione della mia militanza nelle Brigate Rosse non è stata un atto consumato dentro segrete stanze per stanchezza o disillusione ma una presa di responsabilità pubblica (che mi è costata anche una sofferta intervista televisiva).

All’epoca, ingenuamente, abbiamo pensato che ci fosse lo spazio per contribuire alla restituzione della storia di un conflitto di classe non certo secondario nella vita politica di questo paese. Ricostruirne il contesto prima di tutto, superando le strettoie dei giudizi a priori e delle prese di distanze come condizione.

Potevo, anche se penosamente, prendere atto di una sconfitta che non era la mia o della mia organizzazione, ma di un progetto rivoluzionario incardinato su un soggetto che aveva, con le sue lotte, scompaginato per un ventennio l’ordine sociale a partire da quello di fabbrica: la classe operaia della Genova antifascista, di Piazza Statuto e di corso Traiano. La classe operaia che si organizzava in autonomia dal sindacato e dal pci. La classe operaia che aveva rimesso al centro la questione del potere. La sconfitta di quel soggetto politico è stata anche la nostra, in un quadro internazionale mutato e non in modo favorevole.

Proponemmo di liberare, senza condizioni, i corpi e la parola dei prigionieri politici. Proponemmo di liberare il conflitto degli anni ’70 dalle pastoie di ricostruzioni di parte. Ci chiusero ogni porta. Poi gli anni della galera e della distanza dalla vita reale. Poi l’impatto con un mondo irriconoscibile nei suoi contorni deformati e nei suoi linguaggi. Il mio primo libro, Compagna Luna, nasce da qui. Dalla ricerca di nuovi terreni di comunicazione con chi come me, era stato ammutolito dall’esito di quel fallito “assalto al cielo”.

Da allora la mia ricerca è continuata nei libri successivi, nel tentativo di trovare risposte e nuove vie di liberazione percorribili. Sconto la messa al bando dal mercato editoriale, praticamente ignorata o bandita. Dici che è per via del mio mancato ravvedimento? L’ipotesi non è peregrina».

 Barbara, sei della provincia romana, calcisticamente, tifi Roma o Lazio? 

«Io nutro una profonda indifferenza se non avversione per il tifo calcistico che mi deriva dai miei primi anni. Mio padre, il mio eroe d’infanzia, era un estimatore senza se e senza ma della Roma. E anche un grande affabulatore.

Mi aveva raccontato più di una volta la storia del glorioso campo di Testaccio. Delle intemperanze giovanili da stadio, de zi’ Romolo e del suo non capire il senso di tutto quel correre dietro a una palla. Le complesse scenografie con cui si facevano beffe con i rivali laziali e viceversa. Col mio aiuto riempiva la schedina del totocalcio come un rito propiziatorio. Più per assegnare vittoria fissa alla sua squadra del cuore che per la speranza di vincere qualche soldo.

E, tutte le settimane, mi prometteva il cinema o qualche altra delizia nel caso che le sue speranze si fossero avverate. Anche se sapevo che poteva sempre subentrare qualche altro intralcio al mantenimento delle sue promesse, il fatto vero era che quella squadra non vinceva quasi mai, e con il susseguirsi dei rimandi, è cresciuto anche il mio livore per un gioco tanto a perdere. Il viaggio prosegue, anche se “con l’andatura degli sherpa in salita e non con quella dei centometristi”».

Chiudiamo per i nostri lettori con una chicca, ci sono novità letterarie in vista? 

«Il mio ultimo libro, “L’ho sempre saputo”, è uscito a ottobre. Per l’andatura di scavo e ripulitura della mia scrittura ancora ne risento tutta la fatica. E ancora ne debbo scoprire i significati da parte di chi mi legge. Perciò non ci sono novità letterarie che posso annunciare. Nel prossimo futuro continuerò a fare incontri, ad arricchirmi delle esperienze altrui anche oltre confine. A conoscere quante persone di pregio resistono alle intemperie di questi tempi tristi. Il viaggio prosegue, anche se “con l’andatura degli sherpa in salita e non con quella dei centometristi”. Questa è una definizione della mia casa editrice che trovo particolarmente felice».

I libri di Barbara Balzerani sono pubblicati da Derive Approdi.
La foto di Barbara è copyright di Dino Sturiale.

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