Claude Lévi-Strauss – Lettere ai genitori – Il Saggiatore edizioni – Le recensioni in LIBRIrtà

 Con il volume pubblicato da Il Saggiatore, che raccoglie le lettere che il grande antropologo (1908-2009) ebreo, scrisse ai suoi genitori fra il 1931 e il 1942, fra quotidianità,  guerra, fuga dalla persecuzione razziale e formazione intellettuale, la nostra blogger collaboratrice Anna Cavestri, al secolo Domenica Blanda, supera se stessa, con una recensione a dir poco paradisiaca, per un libro intimo ma non semplice  da approcciarSi. La madre di Claude Lévi-Strauss, Emma Levy, custodì con cura tutte le lettere che lei e suo marito Raymond ricevettero dal figlio fra il 1931 e il 1942. Eccole raccolte in Lettere ai genitori, a cura della seconda moglie Monique Lévi-Strauss. Il volume è composto da 217 lettere inviate ai genitori fra il 1931 e il 1942, da Strasburgo, Parigi, Mont-de-Marsan, Marsiglia, Spagna, Martinica, Porto Rico e New York. Lévi-Strauss scriveva ai genitori quasi tutti i giorni, o almeno un giorno su due. Lo faceva per raccontare nei minimi dettagli lo svolgersi della sua quotidianità, dai pasti e ricette alla gestione domestica spicciola (con la sua padrona di casa che, per esempio, dettava come «unica condizione: non portarvi delle “signorine”»), dall’andamento della sua leva prima e del lavoro a scuola poi fino alla militanza socialista, dalle brevi riflessioni sulle questioni di attualità al racconto delle sue scampagnate, e così via. Curioso e paradossale quello che un venticinquenne Claude scrive ai genitori mentre viaggia per Strasburgo, dove dovrà fare il servizio militare: «Il viaggio è andato benissimo, con un po’ di malinconia all’inizio, ma passa in fretta quando si guarda scorrere il paesaggio». Mancano da queste lettere notizie sul periodo che fra il 1935 e il 1939 che Lévi-Strauss trascorse in Brasile, sia all’università di San Paolo , sia in Amazzonia, dove svolse il lavoro etnografico alla base delle sue teorie e opere. Ma, del resto, di quelle esperienze Lévi-Strauss parlerà diffusamente nei suoi libri, queste lettere ci offrano uno sguardo su altri aspetti della sua vita, indissociabile dal merito della sua produzione scientifica. Fra gli altri aspetti, emerge il Lévi-Strauss lettore di narrativa, amante, come molti altri scienziati sociali, dei gialli, fra cui quelli di Simenon («piacevole ma mediocre»), Agatha Christie e altri. Ma non solo gialli; nel novembre del 1932, Lévi-Strauss scrive infatti: «Denoël e Steele mi hanno inviato il loro ultimo libro, che fa tanto parlare di sé: Viaggio al termine della notte di Céline. È un enorme romanzo di seicento pagine fitte fitte». Due giorni dopo: «Stiamo leggendo Viaggio al termine della notte. È un capolavoro e ne siamo entusiasti». Ancora due giorni dopo: «Ho finito Viaggio al termine della notte. È lungo ma straordinario. Ve lo manderò».( ancora non sapeva dei rigurgiti antisemiti di Céline ) Già, l’antisemitismo. Nel 1940 a Lévi-Strauss viene revocato il suo posto da insegnante, perché ebreo (le leggi razziali francesi erano state promulgate nell’ottobre di quell’anno). Grazie al sostegno di un altro grande antropologo francese, Lévi-Strauss viene inserito nel programma di salvataggio degli studiosi europei promosso dalla fondazione Rockfeller, che gli procura un invito alla New School for Social Research di New York. Gli avvenimenti che hanno portato Lévi-Strauss a dover scappare dall’Europa, nel 1941, traspaiono gradualmente dalle sue lettere: «Ricevuta una lunga e interessante lettera da parte di Déat: sostiene che Hitler ha fatto il pieno in Germania. Ricevuti anche Kant e le buste per i biglietti da visita, di cui vi ringrazio». Le lettere inviate dopo il trasferimento negli Stati Uniti si fanno più di dense di notizie “gustose” agli occhi dei lettori dell’antropologo, e nella seconda parte del volume a emergere è anche il percorso parallelo della carriera di Lévi-Strauss e il suo pensiero rispetto a quanto stava accadendo in quell’Europa da cui era dovuto fuggire, per scampare alla persecuzione politica e razziale. Lévi-Strauss era molto vicino, sia umanamente che per la sua formazione, a studiosi e studiose di primissimo piano per la storia delle scienze europee e che gravitavano attorno al Musée de l’Homme di Parigi, uno dei luoghi in cui nacque l’antropologia moderna. Ma, con l’arrivo della guerra e dei totalitarismi, il gruppo di studiosi del museo divenne anche un gruppo di resistenza ai nazisti: gruppo di resistenza conosciuto come Rete del Musée de l’Homme. Di loro scrive Lévi-Strauss ai genitori: «Ho ricevuto da Parigi alcune notizie alquanto tristi: diversi membri del Museo sono tragicamente scomparsi». E, a proposito di Marcel Mauss), scrive: «Non so se avete ricevuto la lettera nella quale vi chiedevo di scrivere una cartolina a Marcel Mauss per dargli mie notizie, e di chiedergli se non desidera forse che io mi muova in suo favore. Tutti si interessano alla sua sorte». La vita negli Stati Uniti procede moderatamente bene, e Lévi-Strauss si concede anche qualche svago, per esempio un insospettato ruolo in un coro a quattro voci: «Era da molto che non cantavo più, ma la forma non è andata del tutto perduta e come tenore mi difendo ancora». Dal punto di vista professionale, le difficoltà d’inserimento nei circoli accademici statunitensi non mancano, ma neanche le soddisfazioni: «Mercoledì prossimo sono a Yale per tenere una conferenza, sfortunatamente non pagata, ma alla quale assisterà Malinowski. Si tratta dunque per me di un avvenimento importante. Ho fatto la conoscenza di Malinowski al congresso di sociologia che si è appena tenuto a New York. È anziano, gentile, parla egregiamente il francese e non si trova bene negli Stati Uniti». E i suoi lavori vengono progressivamente riconosciuti da figure di spicco dell’antropologia statunitense: «Ho ricevuto una lunga lettera di [Robert] Lowie, il quale ha eseguito di persona la correzione dell’articolo! Ne sono commosso e confuso». Eppure, il suo pensiero andava spesso a quello che stava succedendo in Europa: «Fa un’impressione sorprendente il fatto di ritrovare il lusso e l’abbondanza, ma sento una stretta al cuore quando penso alla Francia e a voi», «L’abbondanza che regna qui mi stringe il cuore se penso alla Francia come l’ho lasciata e come dev’essere adesso». Oppure: «Alle volte mi chiedo se l’incubo che stiamo vivendo tutti e che voi subite sia reale». Queste lettere danno un contributo importante alla comprensione del fatto che no, non era un incubo, e che sì, era tutto reale: è tutto reale.

Autore: Claude Lévi-Strauss
Titolo: Lettere ai genitori 1931-1942
Editore: Il Saggiatore
Prezzo: € 37,00
Pagg.:   422
Voto: 9

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