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Smegma Bovary Live Report

8 Marzo 2015 - Articoli su S.M. Fazio

di Stefano Andretta
HOLDEN MAGAZINE
10 marzo 2015

Di fronte a personaggi come Emiliano Cinquerrui nulla può la critica musicale: debbono intervenire i carabinieri. Il concerto dato l’8 marzo al locale “La Cartiera” è infatti l’ultimo dei misfatti della band catanese, esponente di una vergognosa falange reazionaria sedimentata nella subcultura cittadina, dove è consuetudine oltraggiare i miti e i princìpi della democrazia senza il benché minimo proposito di misura e pudore. Musicalmente inetti, gli Smegma Bovary (basterebbe solo il nome a qualificarli) suonano un synth-pop insieme naif e sgraziato, con palesi rimandi agli anni ’80. I brani estratti dall’omonimo album, edito dall’etichetta autoctona Doremillaro (sb) Recs, sono strutturati secondo un metodo sempre uguale a se stesso: su una base campionata i tre scalmanati innestano improvvisate frasi di sintetizzatore intrecciate a riff di chitarra elettrica, mentre Cinquerrui si limita a cantare gli stringati ed (in)essenziali testi ricalcando pedissequamente il Ferretti dei CCCP. Per controbilanciare l’assoluta povertà stilistica dei pezzi, a tutti non resta che dare spettacolo della propria demenza con movimenti convulsi e insensati. Cinquerrui fa anche di peggio: tra un’esecuzione e l’altra si affida a un deleterio e poco simpatico stream of consciousness dove, nel tentativo di apparire trasgressivo a tutti i costi, cita a sproposito nouveaux philosophes francesi, azzarda vaniloqui sui massimi sistemi, esterna il suo disprezzo per la religione assieme a squinternate frasi non-sense come “Ipotechiamo un ipostasi” (sic), “Auguro a tutti voi un tumore” o “A una donna che ha appena partorito regalerei dei batteri”. Il tutto mentre calpesta una mimosa e dileggia le mondine, oneste lavoratrici che un tempo operavano nelle risaie dell’Italia settentrionale, colpevoli, a suo dire di “avere delle gambe puzzolenti e cancerose”. Bordate fuori luogo, offensive e pretestuose che poggiano sulle tribolazioni esistenziali della sua cultura confusa, vieppiù fomentata dai cabotin che con lui condividono la sciagurata scena. Ma veniamo alla musica.

Voglio andare a passeggiare al mare con te è un pezzo monocromo, monocorde, un tormentone estivo mancato o forse la sua parodia. Cinquerrui dà saggio della sua afonia, e l’apporto ai backing vocals di Schillaci non salva la situazione. Occorre aprire un capitolo a parte su questo personaggio: 32 anni, patron della Doremillaro, talent-scout e animatore culturale. Il suo compito sarebbe suonare il synth, ma di fatto palesa un’incompetenza pressoché totale e spesso ci si domanda cosa ci faccia realmente sul palco. È ad individui di questo genere che dobbiamo il decadimento dei valori morali di una gioventù allo sbando, una generazione che nel tentativo di emanciparsi dai padri si balocca in un clima dissoluto grondante canzonacce, movide, sbornie e reiterata goliardia che si protrae ben oltre l’investitura accademica, ripercuotendosi negativamente sulla vita pubblica e professionale di una persona ormai adulta che si vorrebbe rispettabile. Ne deriva una sessualità malsana, una corruzione del buon gusto e una cialtronaggine assurta a modello da seguire, culminante in un rampantismo foriero degli approvvigionamenti più individualisti, a discapito della famiglia, dei sentimenti, del quieto vivere. Il fervore con il quale i convenuti accolgono ogni nefandezza declamata è sintomo di una malattia antropologica ancor prima che musicale e sociale in senso lato.

Massimo Pezzali è la canzone più orecchiabile del lotto, ma anche qui non si va oltre la macchietta e il frivolo sfottò. I suoni sono mal equalizzati, l’acustica scarsa, il mixing inesistente. Non è più tempo di scandali e provocazioni, inneggiare al consumo di psicofarmaci e stupefacenti è lo sport preferito dai nostri, e la perizia del chitarrista – unico dei tre a conservare un minimo di dignità – viene presto sopravanzata dal torso nudo richiesto ed ottenuto dagli astanti, in gran parte parenti e amici paganti, in gran parte, dunque, alticci (il prezzo del biglietto comprendeva una consumazione). Queste canzoni deturpano il paesaggio, nuocciono all’igiene pubblica e qualificano gli autori, essendo essi, tra l’altro, esteticamente repellenti.

A un certo punto dell’esibizione fa il suo ingresso il filosofo Salvatore Massimo Fazio: incedere lento, abito scuro, un posticcio papillon celeste. Il suo siparietto viene presentato come “cabaret nichilista”. Lo studioso, impenitente allievo di Sgalambro, bofonchia al microfono il testo di Voglio vivere così di Ferruccio Tavagliavini su un tappeto di suoni distorti stridenti con una interpretazione già stridente con l’originale. Nelle intenzioni dei sedicenti artisti dovrebbe rappresentare una mise en abyme, un sovvertimento del canone classico, un détournement debordiano. Noi preferiamo giudicare con gli occhi e le orecchie di un avventizio che dopo una giornata di duro lavoro in fabbrica e una famiglia da sfamare vorrebbe solo bere qualcosa al bancone e secondo lui quest’aria fritta è di una noia mortale.

C’è un limite a tutto, anche allo sproloquio e all’impudenza. Bisogna conoscere queste persone, attestarne la pochezza, accertarsi delle loro generalità e inquisirli alla maniera di un’opinione pubblica che cerci quantomeno di arginare questa congerie di imbonitori, dispensatori di falso intellettualismo e cretineria, ritornare al modello democristiano di un’Italia che non c’è più. Aver abolito la censura è l’ultimo dei deterrenti a una trasgressione veramente costruttiva. Uno Stato che priva della repressione sugli istinti bestiali e reconditi dell’uomo non ancora cittadino, pulsioni spettacolarizzate e truccate da “cultura alta” (concettualizzazione che gli stessi Smegma sembrerebbero rifiutare) è uno Stato che con la scusa di concedere “libertà d’espressione” nidifica nell’illusione affinché “nulla cambi e tutto resti uguale”. Un pubblico impermeabile a qualsivoglia vilipendio, che accetta acriticamente e frulla tutto come in una discarica, è un pubblico che non si differenzia dalle massaie che vorrebbero istruirsi sulla cucina guardando allo snaturamento scenografico delle pietanze in piatti parossisticamente elaborati. Perciò il pressapochismo musicale degli Smegma, la spassionata e “cazzona” voglia di inf(i)erire sulla scena del malcostume saranno destinati a fallire fintantoché non si arresteranno i moti di autoriconoscimento del loro pubblico che, finalmente rinsavito, recupererà buon senso e sacramenti e si metterà a sparare come ai tempi di Marinetti. Cioè, fino a quando il succitato padre di famiglia, che nulla sa e nulla vuole sapere di tutta quest’arte irredimibile, entrerà davvero nel locale a consumare la sua sudata Peroni.

Povera Catania, Povera Italia!

Le frasi incriminate:

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