Francesco Less dei Velaut e Simone Caruso: Dal soffocamento al tempo fermato! (Digressione 52)

Schermata 2016-05-02 alle 17.09.50Dalla musica la riflessione degli scatti in precisi orari della giornata. Il tempo che si assesta nell’istanta(n)e(o) e non si osa sfruttare l’immediato!

E’ da questo aforistico estratto di un progetto intitolato Rivelazioni sull’accaduto, che coinvolge il nostro Salvatore Massimo Fazio partnership Uta Dag , al secolo Laura D’Agate, che la recensione sulle arti della prima decade di questo maggio così anomalo ci riporta a due intellettuali dei suoni e della sperimentazione di immagini e riflessione.: Francesco Less dei Velaut e Simone Caruso.  Non ce ne vorranno se li recensiamo assieme, ci auguriamo, ma una linea di confine sottilissima, quasi invisibile, li associa alla crudezza e fatica del lavoro che paga bene.

Nulla a che spartire i due, a nostro sapere non si conoscono, verticalizzano il soffocamento dei suoni, Francesco Less con l’exploit della sperimentazione per rumori, immagini e imminente fermo del tempo, Simone Caruso. Cercateli nelle vostre città e presenziate alle loro performance.

Coi suoi Velaut, Francesco Less, distorce chitarre senza arroganza, quasi monotematicamente, il monotono dell’insieme strumentale che si racchiude in una esperienza distonica di una voce che punta a non imporsi che però si impone. Per due motivi: riconosciamo nessuna sofferenza, tanto interesse storico biblico e sociale di una resa, vicinissima alla domanda prima di ogni filosofo contemporaneo e arcaico: perché esistiamo? “Ho un vaso tra le mani”, melodizza, con una cadenzialità battente, chi se fosse prosciugata da qualche cover band, abbandonerebbe anche l’uso della batteria, senza modificarne l’introspezione di un intero album dal titolo Apologia dell’immobilismo e altre odissee. Senza distruggerne la magia e la maledizione che si converte in benedizione dell’accettazione della caduta verso l’abisso, dove viverci è importante esclusivamente perché non si muore, sintesi il frontman ha sintetizzato in concetto di eternità, solo dove Dio vi può arrivare, per i fideici. Per chi fideico non lo è, vi arriva solo il divino talento. Tecnicamente l’album è ben registrato, i suoni si scandiscono, seppur detto che raccolti dalla voce (e dalla poesia scritta e cantata) quasi a farli sembrare separati, si rimane piacevolmente storditi ad attendere il raggio di luce, che viene appena intravisto, ma che altro non è un bagliore che acceca.

Quel bagliore che acceca invece lo ha estrapolato da un inizio sconcertante delle sue apparizioni live, Simone Caruso. Sale sul palco. Disturbi e non suoni, non più di 90/100 secondi, che ti accompagnano in pochi minuti in una danza immobile (si proprio come nel nome dell’album del precedente artista: pazzesco, nemmeno si conoscono!!!), dove l’ascoltatore istintualizzato a muoversi, rimane fermo, di ghiaccio, esterrefatto. E fermo è Simone, il torace, mentre con ogni parte del corpo crea, senza più disturbi e fastidi. Click, la macchina fotografica. Click, l’istante preso e bloccato. Click, l’ora esatta. Click, una modella d’eccezione Dora Coco. Si rimane ad occhi aperti ad assistere al maestro Caruso, inventore di novità, che spinge verso la riflessione ogni sua creatura itinerante. Balbettano i piedi nel poggiar sul pavimento del palco, ma il palco non è pavimento e di rifless(i)o(ne) rilancia l’immobilità e ti muovi. Ad ascoltarlo invece frattanto che sul palco non c’è, chiudi gli occhi e sei seratoninico da non poter mai vacillar come la barca in tempesta: omeopaticamente ti guarisce dal panico nascosto in ogni mente umana, prima ancora che si manifesti.

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